Articoli sulle narrazioni
Corpo, simbolo e trasformazione tra Jung, fenomenologia e psicoterapia
Un’immagine può cambiare la nostra vita?
Possiamo conoscere un mito, interpretare un simbolo, riconoscere un archetipo e continuare a vivere esattamente come prima. La conoscenza dell’immagine non coincide con la sua esperienza.
Durante un sogno, una narrazione o una seduta di psicoterapia, però, un’immagine può raggiungerci in modo inatteso. Compare un nodo allo stomaco, una tensione nelle spalle, un senso di paura oppure un’improvvisa sensazione di protezione. Talvolta emergono collegamenti con la memoria autobiografica; altre volte l’esperienza sembra completamente nuova.
È in questo passaggio, dall’immagine osservata all’immagine vissuta, che possiamo interrogarci sul suo potenziale trasformativo.
Per Carl Gustav Jung un simbolo non è soltanto un segno da decifrare attraverso un significato prestabilito. Un simbolo vivo esprime qualcosa che la coscienza non riesce ancora a formulare completamente. Nell’immaginazione attiva il soggetto non si limita a interpretare l’immagine: entra in relazione con essa, mantenendo una posizione cosciente e lasciando che il processo immaginativo si sviluppi.
James Hillman invita a non ridurre troppo rapidamente le immagini a spiegazioni o strumenti terapeutici. Joseph Campbell, attraverso lo studio comparato dei miti, mostra come le strutture narrative offrano forme per pensare i passaggi dell’esistenza.
Le loro prospettive sono differenti, ma aiutano a porre una domanda comune: che cosa accade quando un’immagine non viene soltanto riconosciuta, ma vissuta?
Con Maurice Merleau-Ponty il corpo non è soltanto un organismo che reagisce a rappresentazioni mentali: è il nostro modo di abitare il mondo. Immaginare una soglia può accompagnarsi a esitazione, slancio, contrazione o curiosità. L’immagine entra così in relazione con sensazioni, emozioni, memoria e possibilità di azione.
La ricerca sull’immaginazione mentale mostra che rappresentare scenari emotivamente significativi può coinvolgere processi neurali e psicofisiologici in parte condivisi con l’esperienza diretta. Questo non significa che immaginazione e percezione siano identiche, né che ogni attivazione corporea produca automaticamente un beneficio terapeutico.
La risposta fisiologica segnala una partecipazione dell’organismo; la trasformazione va verificata nel tempo.
Nel lavoro psicoterapeutico alcune immagini possono favorire collegamenti tra emozioni, sensazioni corporee e memoria autobiografica. Nelle esperienze traumatiche queste dimensioni possono risultare difficili da integrare. Occorre tuttavia prudenza: un’immagine o una sensazione fisica non dimostrano l’esistenza di un ricordo traumatico nascosto.
L’immaginazione può anche offrire qualcosa di diverso dal recupero del passato. Una persona può conoscere intellettualmente la protezione senza riuscire a sentirsi protetta. Un’esperienza immaginativa, in un contesto clinico adeguato, può permetterle di sperimentare una qualità affettiva e corporea fino a quel momento scarsamente accessibile.
Qui si apre un dialogo con la psicoterapia corporea, con lo spazio potenziale di Donald Winnicott e con Eugene Gendlin: il significato non è sempre un contenuto già pronto da scoprire, ma può prendere forma attraverso l’esperienza stessa.
La visione junghiana dell’inconscio non si limita al deposito di contenuti rimossi. Jung ne descrive anche una funzione prospettica: sogni e immagini possono esprimere orientamenti e possibilità non ancora riconosciuti dalla coscienza. Non si tratta di prevedere il futuro, ma di incontrare forme possibili della propria esistenza.
La domanda terapeutica allora si amplia. Non soltanto:
«A che cosa del passato rimanda questa immagine?»
ma anche:
«Che cosa diventa possibile, per questa persona, attraverso l’esperienza di questa immagine?»
Nella funzione trascendente junghiana, dal confronto tra coscienza e contenuti inconsci può emergere una configurazione nuova, non riducibile semplicemente alla ripetizione del già conosciuto.
La novità psicologica di un’immagine non dipende necessariamente dalla novità del suo contenuto. Un’esperienza già incontrata può essere vissuta per la prima volta con una consapevolezza differente; un’immagine inedita può invece riprodurre schemi abituali.
Il criterio più fecondo è allora esperienziale: come cambia il modo di sentire, scegliere, relazionarsi e abitare il proprio mondo? Una risposta corporea intensa non basta. Il potenziale trasformativo acquista consistenza quando l’esperienza trova integrazione e apre possibilità che persistono oltre il momento immaginativo.
Forse il valore dell’immagine non sta soprattutto nel rivelare qualcosa di nascosto, ma nel consentirci di vivere consapevolmente qualcosa che prima non riuscivamo a vivere in quel modo.
Non soltanto comprendere un’altra storia di noi stessi: cominciare ad abitarla.
Riferimenti bibliografici
- C. G. Jung, La funzione trascendente; Ricordi, sogni, riflessioni (a cura di Aniela Jaffé)
- J. Hillman, Re-visione della psicologia
- J. Campbell, L’eroe dai mille volti
- M. Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione
- E. T. Gendlin, Focusing
- D. W. Winnicott, Gioco e realtà
- D. Kalsched, Il mondo interiore del trauma